Pannolini lavabili

Approfitto di una domanda di un’utente del blog per parlare di come lavare ed igienizzare al meglio i pannolini lavabili (sia dei pupi che delle donne).
Innanzitutto la storiella che il sapone tipo marsiglia “cera” il tessuto dei pannolini non sta in piedi…il motivo è semplice: il sapone è solubile in acqua, come potrebbe cerare qualcosa? Mi viene sempre il dubbio che queste false notizie vengano messe in giro da chi vuole vendere il suo detersivo…
Certamente, lavare i pannolini soltanto con il sapone di marsiglia non va bene! Per il “contenuto” dei pannolini e per la parte del corpo a cui saranno destinati hanno bisogno di una bella igienizzata eh!
Quindi, nell’attesa di accantonarne una certa quantità per fare la lavatrice, PRETRATTATE le parti macchiate con sapone di marsiglia o un po’ di sapone piatti e date una spruzzata con candeggina delicata (non svenirete dalla puzza quando li metterete in lavatrice e aiuterà il lavaggio).
Ma poi vanno lavati MINIMO A 60 GRADI, con DETERSIVO IN POLVERE (più potente del liquido) e se necessario con l’aggiunta di PERCARBONATO igienizzante. I 60 gradi sono indispensabili.
Se avete le lavatrici moderne opterei anche per un DOPPIO RISCIACQUO. Per rendere il pH del pannolino più vicino alla nostra pelle, non dimenticatevi di mettere la soluzione di ACIDO CITRICO come ammorbidente. Ovviamente stendeteli al SOLE: la bilirubina contenuta nella pupù del pupo è fotolabile, quindi se dovessero uscire dalla lavatrice ancora macchiati, dopo il bagno di sole torneranno bianchi.
Per far durare più a lungo il pannolino, nella scelta del detersivo potreste verificare che NON ci sia l’enzima “cellulase”. Questa sostanza, efficacissima nel lavaggio, “consuma” però qualsiasi fibra naturale (come il bambù, il cotone, la seta ecc.) Prodotti come i pannolini, che vengono lavati molto spesso, subiranno di più questa perdita di tono e consistenza.
Infine, tanto per ricordare, aggiungere bicarbonato, oli essenziali, mais, ecc. non serve a nulla nel lavaggio dei pannolini.
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I rimedi Eco-Logici

Raccolgo qui tutti i rimedi eco-logici per le pulizie da manuale sparsi nei vari articoli, su fb, ecc.
Rimedio ECO-Logico n°1:
DETERSIVO LAVATRICE IN POLVERE O LIQUIDO?
Dipende…cosa dovete lavare?🤔
Il detersivo in POLVERE è formulato per un bucato molto sporco e che resista ad alte temperature. E’ molto più potente del det. liquindo. Ma i suoi ingredienti sono sostenze chimiche che si sciolgono solo a temperature superiori ai 40°C. Quindi se lo usate con l’acqua fredda, parte del detersivo non sciolto andrà dritto dritto nello scarico e non avrà lavato un bel niente! Oltre al fatto che avete buttato detersivo e soldi…😯
Il detersivo LIQUIDO invece è perfetto per il bucato leggero di tutti i giorni o i capi scuri, da lavare a freddo, sotto i 40°C.
Il vostro bucato lo conoscete solo voi eh! Non siamo tutti sozzi allo stesso modo!😁 Personalmente ho notato che se lavo gli asciugamani con la polvere e a 60°, rimangono belli più a lungo, non si accumula il sebo e non diventano scuri…
Cmq, adesso sapete la differenza…al prossimo rimedio!
Rimedio ECO-Logico n°2:
PRETRATTARE CON CRITERIO
Purtroppo non si scappa…anche se avete comprato il più figo, costoso e super pubblicizzato detersivo sullo scaffale, questo non potrà in alcun modo localizzare la super macchia sulla camicia in mezzo a tutti gli altri panni e acqua nella lavatrice😮
E infatti la pubblicità ci tartassa con spray, tabs, gel, e quant’altro per pretrattare! Quindi: la macchia è di grasso o unto? Basterà passarci del sapone tipo marsiglia, o del detersivo piatti, oppure uno sgrassatore e poi via in lavatrice. Il pupo si è rotolato nel fango ed erba? Allora oltre a passare il sapone tipo marsiglia, potreste spruzzarci un po’ di candeggina delicata, quella a base di acqua ossigenata. Vedrete formarsi una schiumetta: è l’ossigeno che deriva appunto dalla decomposizione dell’acqua ossigenata a contatto con la materia organica (erba) e la sostanza alcalina (il marsiglia) che favorisce l’azione sbiancante ed igienizzante dell’ossigeno😎. Ovviamente questo vale per tutte le macchie colorate: di caffè, frutta, cioccolata, ecc.
Cmq, se finita la lavatrice, su qualche capo dovesse esserci ancora qualche macchia, niente paura…il 3° rimedio eco-logico vi svelerà un altro “trucco” scientifico per combatterla!
Rimedio ECO-Logico n°3:
IL SOLE
Avete pretrattato con criterio e usato il detersivo perfetto, eppure quella macchia di sugo sulla camicetta è ancora lì?
Niente paura, stendete il capo al sole e, come per magia, la macchia in breve sparirà😁
Non è magia…è foto-chimica: il pigmento rosso che conferisce il colore al pomodoro (il licopene) è una molecola foto-labile, cioè si degrada con i raggi ultravioletti del sole e la macchia sparisce.😊Potreste fare la stessa cosa se vi ritrovate il body o i pantalncini del neonato sporchi di pupù…anche la bilirubina, che conferisce il colore alle feci, è fotolabile 😅
Insomma, il sole igienizza e sbianca in modo ecologico ed economico.
Rimedio Eco-Logico n°4:
PALLINA O VASCHETTA?
Un esperto di test di lavaggio mi ha confermato che mettendo il detersivo, sia quello polvere che liquido, direttamente nel cestello della lavatrice, si può ridurre la sua dose del 10-15% 😉
Infatti, mettendolo nella vaschetta, potrebbe non essere raccolto tutto, oppure rimanere appiccicato nella tubatura durante il tragitto e poi creare una pappetta bagnata, precursore di muffa e cattivo odore. E comunque non arrivando al bucato non lo laverebbe e sarebbe sprecato.
Ovviamente, oltre alla pallina dosatrice apposita, potreste usare un normalissimo tappo di detersivo esaurito.
Se oltre alla pallina dosatrice, inserite nel cestello anche due palline da tennis, allora migliorerete ulteriormente il lavaggio.
Le palline, sbattendo, apriranno meglio i panni e il detersivo agirà meglio. Attenzione però: solo palline da tennis bianche!!!! Quelle fluorescenti potrebbero macchiarvi i panni 😅
Rimedio ECO-logico n°5:
RIDURRE LA DOSE
Solitamente sulle etichette dei flaconi di detersivo è indicata la dose in grammi o in tappini per 4-5 Kg di panni, differenziando tra bucato più o meno sporco e in base la durezza dell’acqua che esce dal rubinetto di casa.
Ma chi le decide queste dosi? Ovviamente il formulatore del detersivo! Ma lui farà una media tra i vari test di lavaggio, con diversi livelli di sporco e metterà un valore con cui sia certo che il detersivo abbia buone performance. Ma certamente non può sapere lo sporco personale di ogni famiglia: se facciamo la lavatrice tutti i giorni, se ci sono bimbi pataccosi, se mettiamo a lavare i vestiti usati solo una giornata in ufficio e sono praticamente puliti.😊
Insomma, sarebbe impossibile conoscere la dose esatta per tutti. Ecco perchè vi consiglio di fare delle prove e vedere se, anche con il minimo di detersivo consigliato, ottenete un bucato che vi soddisfa. Consumerete meno detersivo, spenderete meno e inquinerete meno, vi pare poco?😁
E cmq, usare troppo detersivo in lavatrice non contribuisce a lavare meglio i panni, anzi! Troppa schiuma attutisce gli sbattimenti dei panni e il lavaggio sarà peggiore.
Rimedio ECO-logico n°6:
DOPPIO RISCIACQUO
In effetti sembra più uno spreco di acqua che un rimedio ecologico!
Ma purtroppo, con le nuove lavatrice, diventa indispensabile per non lasciare residui di detersivo sui panni.
Per ottenere il marchio A++, relativo ai consumi di energia, acqua, ecc., le nuove lavatrice lavano e risciacquano con pochissima acqua. Ecco perchè è anche necessario ridurre la dose del detersivo.
Il consiglio di chi, con tutte queste lavatrici ci lavora per fare i test di lavaggio, è di fare un risciacquo aggiuntivo.😉
Altrimenti rischiereste di fare la schiuma se piove e non avete l’ombrello!
Rimedio ECO-Logico n°7:
MANUTENZIONE LAVATRICE E LAVASTOVIGLIE
Parliamoci chiaro, questi due elettrodomestici sono la nostra salvezza!😅 E se in casa ci sono bambini ancora di più😁
Allora aiutiamoli a stare sempre in forma ed essere efficienti: innanzitutto facendo periodicamente un lavaggio a vuoto con l’acido citrico, il nostro scioglicalcare ecologico ed efficiente.😍 Questa proceduta eliminerà l’odioso calcare, facendo consumare meno energia durante il riscaldamento dell’acqua. Basterà mettere un paio di cucchiai di polvere di acido citrico nella vaschetta del detersivo e far partire la lavatrice vuota a 40°C, per una mezzoretta. Stessa cosa nella lavastoviglie, ma qui, se metterete all’interno delle pentole pulite, torneranno praticamente nuove e lucide. La periodicità con cui fare questo trattamento dipende da quanto è dura la vostra acqua, se usate o meno l’acido citrico come ammorbidente, e se lavate spesso ad alte temperature.
Se invece sentite puzze strane nella lavatrice o lavastoviglie, allora è il caso di fare un bel trattamento igienizzante: un paio di bicchieri di candeggina delicata oppure 100g di percarbonato nella vaschetta del detersivo. Poi fate partire il lavaggio, a 60°C sempre ad elettrodomenstici vuoti.😉
Buona manutenzione!😊
Rimedio ECO-logico n°8:
PROFUMARE CON GLI OLI ESSENZIALI
Premetto che non sono appassionata di profumi…ne da mettere sul corpo ne quelli nei detersivi, mi danno presto la nausea.😖
E infatti con il fai da te ho risolto molto il problema! 😉 Anche perchè il profumo è un ingrediente che “non lava”, quindi non ne capisco proprio il senso all’interno del detersivo.
Però, in tantissimi mi scrivono che sono molto soddisfatti delle ricette dei detersivi che condivido, ma il problema è che non sono profumati…Per esempio, l’acido citrico come ammorbidente, è inodore e in molti vorrebbero profumarlo con l’olio essenziale preferito, sperando così di avere anche i panni profumati una volta usciti dalla lavatrice. 🤔
Ma purtroppo questo non si può fare per due motivi “scientifici”:
1) innanzitutto sprecherete il prezioso olio essenziale puro, perchè i detersivi sono soluzioni acquose e, come sanno anche i bambini, acqua e olio non si mescolano assieme…Quindi le gocce che metterete nel flacone galleggeranno sulla superficie e al primo prelievo del detergente le verserete tutte assieme.
2) queste gocce che verserete con il detersivo non profumeranno i panni, perchè non hanno i “fissativi”, come invece avviene per i detersivi commerciali, e quindi non si appiccicheranno ai tessuti. Gli oe sono molto volatili ed il resto andrà dritto dritto giù per lo scarico…😯
Insomma, se volete profumare il bucato vi conviene il vecchio metodo: mettere qualche goccia di oe su di un pezzetto di carta e laciarla nel cassetto.Presto farò anche un post sugli oe, che in molti pensano siano acqua fresca….a presto!!!
Rimedio ECO-logico n°9:
AIUTIAMO GLI ENZIMI
Se ci sono nel vostro detersivo, li riconoscerete tra gli ingredienti leggendo questi nomi: amilase, protease, cellulase, lipase, mannanase.
Anche se presenti in quantità bassissime, svolgono un’azione pulente enorme! 😉
Infatti contribuiscono a sciogliere le macchie proteiche (tipo sangue, uovo) oppure a ravvivare i colori delle fibre naturali.
Sono l’ideale per lavare efficacemente e a basse temperature. Un detersivo che non li contiene sicuramente lava meno di quello che li ha.😊
A 30°C gli enzimi funzionano molto bene ma si disattivano oltre i 40°C e non funzionano più. L’ideale quindi, se dovete lavare a temperature più alte, è impostare la lavatrice a 30°C, fino a quando ha caricato tutta l’acqua e spegnerla per una ventina di minuti. In questo modo gli enzimi hanno tutto il tempo di fare il loro lavoro. In seguito si può sempre cambiare la temperatura di lavaggio impostandola secondo le esigenze (anche usando meno detersivo di quanto indicato!)
Sono “potenzialmente allergizzanti” solo per il fabbricante che li manipola (e dovrebbe farlo adottando gli opportuni sistemi di protezione) ma non per il consumatore finale perché di enzimi dopo il lavaggio non ce ne sono più (e con l’acido citrico all’ultimo lavaggio si disintegrerebbero comunque).
Ultima accortezza: se usate un detersivo con enzimi, meglio evitare di aggiungere subito la candeggina gentile altrimenti verrebbero degradati, visto che sono sensibili agli ossidanti. Usate la procedura di prima: fate caricare l’acqua dalla lavatrice, aspettate un po’ e poi aggiungete la candeggina delicata e avviate il lavaggio.
Rimedio ECO-logico n°10:
USARE I GUANTI
Si…è vero…nelle foto del post in cui pulivo federa e cuscino dal sangue non li avevo…ma è l’eccezione che conferma la regola!
Dovevo fotografare, rivedere l’immagine e pulire…mi era già caduto il cellulare più volte! Li ho dovuti togliere per esigenze televisive.😁
Ma di prassi uso sempre i guanti, sia con i detergenti commerciali, che quelli eco o quelli autoprodotti.
Alla mia pellaccia ci tengo!😅
Se lo sgrassatore super efficace mi deve ripulire dal grasso e unto la teglia del forno, per quale oscuro motivo non sgrasserebbe per benino anche le mie mani?
I detersivi per la casa sono fatti per lavare: disgregare lo sporco e il grasso, igienizzare, acidificare. Anche quelli autoprodotti devono contenere gli ingredienti giusti ed efficaci per funzionare. La loro composizione chimica è certamente diversa dai detergenti cosmetici e non è formulata per la pelle.
In commercio ci sono una miriade di modelli di guanti: con o senza felpatura, aderentissimi, coloratissimi, uno con cui trovarvi bene lo troverete di sicuro!
Risparmierete alle vostre mani i traumi derivati dal diverso pH che hanno i detersivi (rispetto a quello cutaneo) e inoltre non verranno a contatto con sostanze irritanti o allergizzanti presenti nei detergenti.
Buone pulizie!
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EcoBioControl

Ebbene si, dopo 18 anni il forum di Fabrizio Zago sul sito vegano si interrompe…ma Fabrizio mica ci abbandona, tranquilli!
Ha già un bel progettino in serbo per tutti gli amanti della sostenibilità ambientale e la lotta egli eco furbi.
E’ quindi con grande piacere che vi informo della nascita del nuovo sito di FabrizioZago: www.ecobiocontrol.bio, il nuovo faro nel mare della cosmesi e della detergenza.
Dateci un’occhiata, verrete a conoscenza di un interessante progetto, che punta a definire un disciplinare di approvazione dei prodotti, basato sulla classificazione degli ingredienti in chiave scientifica ed etica, tramite il database EcoBioControl.
EcoBioControl sostituisce e migliora il vecchio biodizionario.
Infatti, oltre a classificare gli ingredienti dei cosmetici con i consueti e familiari pallini (rosso non va bene, giallo così così, verde ok), darà altre informazioni, come per esempio la descrizione della sostanza, il suo codice, le restrizioni normative, la funzione.
Insomma un lavoretto di approfondimento niente male, che darà ulteriori strumenti al consumatore consapevole nello scegliere il prodotto. A me sembra proprio un bel regalo per tutti!
Ma le novità non finiscono qui, ci sarà un nuovo logo ed un comitato scientifico, che vigilerà sulla congruità tra pallini assegnati alle materie prime ed evidenze scientifiche.
Non mancherà di certo il forum di discussione, dove tutti gli utenti potranno continuare ad avere delucidazioni in merito ai detergenti ed ai cosmetici, o scambiarsi consigli per avere il bucato perfetto e la casa pulita in modo ecologico, scientifico ed economico.
Nel forum troverete anche l’ECOBIO ENCICLOPEDIA, una sostanziosa raccolta di FAQ, con le relative risposte di Fabrizio, scritte con pazienza e competenza durante gli anni. I preziosi consigli sono stati ricercati, selezionati e catalogati per argomenti (cura della persona, solari, bucato, pretrattamento macchie, ecc.). È stato un grosso lavoro, effettuato da molti utenti, di cui io non potevo certo non farne parte…Mi veniva da piangere all’idea di perdere tutta quella conoscenza! Grazie ad una ragazza volenterosa che ci ha coordinato (e che approfitto per ringraziare anche qui), abbiamo lavorato tutti insieme, per continuare e condividere il mastodontico lavoro di Fabrizio in tutti questi anni. Da non perdere anche il Magazine, un contenitore di favole, interviste a Zago, rassegna stampa ed altre letture, utili per approfondire o imparare sempre di più nel campo della cosmesi e della detergenza.
Fatemi anche manifestare tutto il mio orgoglio nel vedere che tra gli amici di Ecobiocontrol, Fabrizio ha messo il link a Mammachimica, davvero un grande onore e soddisfazione per me e per il mio lavoro di condivisione. Grazie!
Comunque, non è che bisogna essere scienziati per capire che se non cambiamo rotta in merito all’inquinamento ci rimetteremo tutti…
Ecco finalmente un nuovo ed efficiente strumento per fare un piccolo passo verso la sostenibilità. E per continuare a non farci fregare dal “falso green” o dalle marche super pubbicizzate che invece hanno gli stessi ingredienti, se non peggiori, del più anonimo prodotto sullo scaffale.
Insomma, la storia è sempre la stessa, aprite gli occhi e decidete consapevolmente!
Attenzione: il sito del Biodizionario è ancora attivo, non hanno cambiato il nome ma non è più seguito da Fabrizio Zago.
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Pane senza impastare

Stavolta una ricetta di cucina!pagnotta
Incredibile per chi mi conosce…
Cucinare non è assolutamente la mia passione.
Cucino di tutto, eh! ma prediligo a pentola a pressione…chiudi tutto e tieni il tempo: non devi guardare, girare, aggiungere, ecc. Sono la regina delle paste e fagioli e risotti in pp!

Però presto avrò l’occasione di comprare della farina a Km zero, dal grano coltivato da un amico e vicino di casa.
Quale cosa migliore potrei farci se non il pane?
D’altronde tutto è chimica, la panificazione anche!
In fondo si tratta soltanto di far catturare per benino dalla maglia glutinica l’anidride carbonica prodotta dal lievito …
Ma l’idea di impastare, fare le doppie lievitazioni, sporcare mezza cucina…non fa proprio per me.
Così girando sul web ho trovato parecchi siti che decantavano questo “pane senza impasto” (no-knead bread).
Fare il pane senza tanta fatica è quello che cercavo!
Di ricette ce ne sono tantissime, anche molto diverse tra loro, ma quella su cui mi sono basata l’ho scovata nel sito: “La chiave nel Pozzo“, a mio parere il più scientifico e preciso. Ci sono indicazioni sulla forza della farina e sui tempi di lievitazione in base alla temperatura ambientale esterna.
Comunque, ho provato la sua ricetta con la farina tipo 0, ed ho ottenuto fin dalla prima volta un pane ottimo, ben lievitato, con il minimo sforzo e cucina pulita. Fantastico! Davvero una bellissima scoperta per me.
Dato che il pane è venuto subito così bene anche a me (che la cucina la vorrei usare solo per fare i miei detersivi) è un’ulteriore prova che il procedimento è ben studiato.

Ed è per questo che voglio divulgarla.

Quella che vi posto è la versione di pane che piace di più alla mia famiglia.

Ingredienti:

380 g acqua, in cui faccio sciogliere un cucchiaino da caffe di lievito di birra liofilizzato
500 g farina T2 ( semintegrale)
10 g sale

Per cucinare il pane serve una pentola con coperchio che potete mettere nel forno a 250°C per arroventarla (quindi niente manici in plastica mi raccomando!).

Ecco un po’ di foto:

acqua e lievito

DSC_1786 (FILEminimizer)farina e sale

 

DSC_1838 (FILEminimizer)Mescolo gli ingredienti grossolanamente come nel filmato, solo per amalgamarli, non bisogna impastare

Risultato

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Copro con un coperchio e metto a lievitare nel forno spento per circa 12 ore, se la temperaura esterna è circa 20°C (molto meno se fa più caldo)

DSC_1840 (FILEminimizer)Dopo le 12 ore ottengo questo impasto molliccio…

DSC_1797 (FILEminimizer)Mi aiuto con una spatola per metterlo sul ripiano infarinato. Per creare la maglia glutinica basta solo il “folding” cioè delle semplici pieghe…per farle mi “sporco” le mani con la farina

Lascio la palletta di pane sul ripiano ricoperta dalla ciotola.
Nel frattempo metto la pentola in acciaio ad arroventare nel forno a 250°C. In questo modo il pane che ci metterò dentro non si attaccherà alle pareti (non serve mettere farina o altro dentro la pentola)

DSC_1852 (FILEminimizer)Quando il forno e la pentola raggiungono la max temperatura (il mio forno me lo indica), metto l’impasto nella pentola, chiudo con il coperchio e faccio cucinare in forno statico a 200°C per 45 min.
Poi tolgo il coperchio per far scurire la crosticina per 15-20 min, sempre a 200°C ma con forno vetilato. Finito questo tempo, spengo e lascio riposare il pane all’interno del forno per una decina di minuti.
Dopo tolgo la pane dalla pentola e la metto a raffreddare su una griglia.
Ecco il risultato, non è bellissimo?
E pure buono! Vedete come viene ben alveolato?

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pagnotta

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Vi consiglio di provarci, vi darà molta soddisfazione.
L’unica controindicazione è che così di pane ne mangiamo molto di più! Se siete a dieta non prendetevela con me…

Un’ultima nota: molte persone non gradiscono il lievito di birra, perchè lascia un gusto troppo persistente al pane oppure non lo ritengono naturale.
Sfatiamo subito l’ennesima bufala: il lievito di birra non è altro che un microorganismo, il Saccharomyces cerevisiae, che produce l’anidride carbonica indispensabile alla lievitazione, quindi è assolutamente naturale.
Inoltre, nelle quantità utilizzate in questa ricetta, non può proprio lasciare alcun retrogusto. Considerate che un panetto di lievito di birra fresco è 25 g, mentre per questo pane ne servono 1-2 g.
E poi ai Saccharomyces sono affezionata, li ho usati anche per creare il bisensore per la mia tesi di laurea…
Buon pane a tutti!!!

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Intervista su Mammeonline

Devo dire che ultimamente mi stanno capitando cose proprio strane…ma molto belle e gratificanti!
Dopo la richiesta di scrivere un libro, adesso pure un’ intervista!
Un’amica di un’amica (anche qui, come in matematica, è valsa la proprità transitiva) ha trovato interessante il libricino di Mammachimica. Coincidenza vuole che questa ragazza è l’Amministratrice di Mammeonline e vive nella città dove è nata mia mamma…insomma, tutto faceva presupporre che il nostro incontro doveva avvenire prima o poi!
E così ecco che mi ha fatto qualche domanda, ed estorto perfino una foto!
A parte gli scherzi, qui la bellissima presentazione che ha fatto Debora  a me e al libro.
Perfetta anche la foto con la beuta, scientifica al punto giusto.
Grazie!
A tutti voi buona lettura.

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Allergeni e profumi

Ci sono alcune sostanze consentite nella formulazione dei cosmetici, che possono scatenare reazioni allergiche. La maggior parte sono i componenti del profumo (i così detti allergeni del profumo), ma risultano allergizzanti e sensibilizzanti anche alcuni conservanti o sostanze naturalmente presenti negli estratti vegetali. C’è per esempio il linalolo (contenuto in molti oli essenziali, es. in quello di lavanda), l’eugenolo (nell’oe di chiodi di garofano), l’alcool benzilico (un buon conservante).
Non tutti ovviamente hanno lo stesso potere allergizzante.
La lista delle sostanze potenzialmente sensibilizzanti era formata inizialmente da 26 molecole, ma nel tempo si è allungata e nella prossima direttiva europea dovrebbero essere di circa 140 sostanze.
Infatti, da studi recenti, sembra che le allergie siano dovute all’accumulo nell’organismo di determinate molecole. All’inizio, quando la quantità di tali componenti è bassa, non danno particolari problemi. Poi, improvvisamente, quando aumenta la loro presenza nell’organismo, questo non ne può più, si «sensibilizza» e così manifesta l’allergia, con rossori, pruriti, ecc. anche a distanza di anni.
Ecco perché i prodotti per bambini dovrebbero essere del tutto privi di profumo!
Il problema è che non tutti reagiamo allo stesso modo, quindi è molto difficile stilare delle liste o dare delle regole generali.
Proprio per informare il consumatore, la normativa vigente sui cosmetici (Regolamento CE 1223/2009, arti­colo 19, paragrafo 1, lettera g) prevede che i 26 allergeni vengano indicati sull’etichetta, nella lista degli ingredienti, se la concentrazione di queste sostanze supera i seguenti valori limite: 0,001 % nei pro­dotti da non risciacquare (per esempio le creme) e 0,01 % nei pro­dotti da sciacquare (come shampoo e bagnoschiuma).
Ovviamente se sono in quantità minori non compariranno in etichetta, ma questo non significa che non ci siano in realtà. Per questo motivo a volte qualcuno lamenta strane reazioni con cosmetici dall’ inci impeccabile…
Che gli allergeni siano presenti in derivati di piante e fiori non deve sorprendere, la «febbre da fieno» è arcinota e i super starnuti che ne derivano sono ovviamente causati da alcune sostanze presenti nel naturalissimo fieno!
In alcuni cosmetici, viene dichiarato che gli allergeni derivano solo da estratti vegetali o da oli essenziali, questo però non limita in qualche modo il problema della sensibilizzazione.
Un allergene è un allergene, quello «naturale» non è migliore o più buono di quello proveniente dal laboratorio chimico, cioè di «sintesi».
Cioè, la bella molecolona di linalolo, è la stessa, sia nel naturale olio essenziale sia se creata dall’industria.
Come ripeterò sempre, «tutto» è chimica, c’è poco da fare!
«Naturale» non significa innocuo e «sintetico» non significa brutto e cattivo, dipende dalla molecola!
Ovviamente, non è in discussione la cura e l’impegno con cui vengono prodotti i cosmetici da alcune aziende, magari italiane, che utilizzano materie prime di qualità, erbe e piante coltivate in modo sostenibile, senza pesticidi e veramente a km zero (direttamente in azienda).
Secondo me, in questi casi, questi prodotti hanno un valore aggiunto rispetto alla produzione industriale E, sempre per i motivi sopracitati, i profumi «sintetici» super pubblicizzati non sono paragonabili con quelli fatti artigianalmente, solo con oli essenziali, magari estratti con tecniche tramandate da generazioni o seguendo delle antiche tradizioni, che denotano una grande passione per le piante e la natura. (Ho avuto il piacere di conoscere la creatrice di Olfattiva, Barbara Pozzi, esperta di OE e distillazione. L’amore e la cura con cui li prepara è talmente evidente e piacevole che certamente i suoi profumi sono migliori!).
Però, «chimicamente parlando», se le molecole sono uguali, sono uguali.
Il nostro corpo non può distinguere se l’allergene è di sintesi o se è naturale, per lui sono due molecole identiche. Ed è quindi identico il loro potenziale potere allergizzante.
Inoltre, per quanto riguarda gli oli essenziali, a parte il potere allergizzante, c’è anche un altro aspetto da considerare, ovvero l’impatto ambientale.
C’è un post molto interessante sul vecchio forum di Fabrizio Zago, che vi consiglio di leggere, ovvero il «paradosso dei profumi naturali».
In pratica si evince che usando un OE si è certi di avere un prodotto…inquinante.
Lo so, l’OE è «tutto naturale», ma i dati scientifici dicono questo…
In pratica sono state analizzate e paragonate le frasi di rischio ambientale, indicate nelle schede di sicurezza delle materie prime, sia della fragranza di lavanda (sintetica) sia dell’olio essenziale di lavanda. Il risultato è che e nella fragranza sintetiche, gli ingredienti presenti con frasi di rischio ambientale corrispondevano allo 0,2-2% degli elementi dichiarati, mentre nell’OE risultavano circa il 31-61% degli elementi dichiarati.
In effetti tutto ciò può sorprendere, ma dobbiamo considerare che i naturalissimi OE sono un concentrato di sostanze chimiche attive e potenti .
Di norma, una sostanza che uccide il 50% degli organismi acquatici in concentrazione inferiore ad 1mg/l è altamente tossica (per gli organismi acquatici appunto) e gli OE rientrano (purtroppo) in questa categoria, quindi, non è che non devono essere usati, ma il formulatore ne deve tenere conto nel dosaggio e a non esagerare.
Anche i test eseguiti su due detersivi (con e senza OE), hanno evidenziato che la tossicità di quello con OE è DOPPIA rispetto a quella senza profumo naturale.
L’Unione Europea sta completando degli studi approfonditi e, per esempio, con molta probabilità l’olio essenziale di ylang ylang sarà proibito (non solo limitato), dallo schema di certificazione EU Ecolabel.
Questo non fa altro che dare ragione al lungimirante Fabrizio Zago che da 15 anni classifica gli allergeni con il pallini gialli o doppio rosso…
Certamente, come per tutte le cose, è la quantità e la frequenza dell’utilizzo di una sostanza che la rende benefica o malefica! Basta un po’ di buon senso e parsimonia!
Ma personalmente, se trovo (a fatica) cosmetici e detergenti senza o con poche profumazioni, preferisco.
Staremo a vedere.
Per approfondire: forum di Fabrizio Zago EcoBioControl
AGGIORNAMENTO SUGLI OLI ESSENZIALI
Vi invito a leggere questo interessante articolo di Fabrizio Zago: alcuni oli essenziali è meglio non usarli proprio più e le sostanze allergizzanti sono diventate 25 anziché 26, perché una è stata proprio bandita dai profumi (la HYDROXYISOHEXYL 3-CYCLOHEXENE CARBOXALDEHYDE).
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L’omeopatia

E’ da un po’ che volevo scrivere di questo argomento. Spesso mi arrivano messaggi tramite il sito Mammachimica per avere qualche delucidazione, info o consiglio e quindi mi sono decisa.
Non sono un medico, quindi non posso e non voglio assolutamente fare lezioni a nessuno su come ci si cura, ci mancherebbe! Lo premetto, a scanso di qualsiasi equivoco. Ma, come chimico, è per me proprio impossibile sostenere l’omeopatia…
Spesso l’omeopatia compare tra i rimedi «naturali» di cura, ma non sono assolutamente la stessa cosa. L’utilizzo di erbe o piante per risolvere qualche problema di salute ha una base scientifica e…chimica. Ovvero, se sui bambini spalmo una crema all’arnica in caso di ematomi o gonfiori dovuti ai frequenti traumi di gioco, è perché l’arnica contiene «naturalmente» dei principi attivi, delle molecole chimiche, che sono analgesiche, antiinfiammatorie ecc. e quindi efficaci per questo tipo di incidenti, (oltre al potentissimo rimedio che hanno tutte le mamme è cioè la «coccola» aggiuntiva che deriva mettendo la cremina!).
Banalmente, se per prevenire raffreddori invernali dei bimbi o sostenerli quando già li hanno, preparo amorevolmente spremute d’arancia, è perché queste contengono la preziosa vitamina C (ovvero l’acido ascorbico, una bellissima molecola) che è un antiossidante naturale e molto importante nella nostra dieta (mia mamma per farmi mangiare frutta e verdura mi terrorizzava con terribili racconti di marinai malati di scorbuto!).
D’altronde, so che per molti è difficile ammetterlo, ma «tutto» è chimica! Cioè tutto può essere «descritto» da una ben precisa formula chimica o miscela di queste. Anche l’acqua, l’aria, gli estratti naturali dei fiori o piante sono molecole chimiche, certamente «naturali», cioè non sintetiche (non prodotte in laboratorio), ma sempre molecole sono!
Quindi e’ «naturale» che un certo decotto, balsamo o tintura madre funzioni per risolvere alcuni problemi di salute, c’è un motivo «scientifico», ovvero il principio attivo al loro interno.
E proprio per questo, bisogna stare attenti anche a ciò che è «tutto naturale»: anche il botulino e la cicuta lo sono, ma sono anche mortali!
Anche il validissimo propoli, tanto usato per il mal di gola e gli stati influenzali grazie alle sue proprietà antibatteriche, se lo date a mio marito, allergico a molti pollini e piante, lo fate secco!
E infatti, quando si utilizza una pianta o un erba a scopo curativo, bisogna comunque fare molto attenzione anche alla sua tossicità, controindicazione o interazione con altre sostanze (proprio come un farmaco convenzionale). Ad esempio, il naturalissimo iperico, con le sue proprietà antidepressive, antinfiammatori e antidolorifiche, è nella lista delle sostanze che inibiscono il potere contraccettivo della pillola (è proprio scritto chiaro e tondo nel «bugiardino», cioè il foglietto illustrativo presente nella scatola del medicinale). Evidentemente tra i suoi componenti principali c’è qualche principio attivo che interagisce con quello della pillola anticoncezionale.
La chimica reagisce…ed è potente, naturale o non!
A questo proposito c’è un sito molto interessante e dettagliato, InfoErbe, in cui Marco Valussi (responsabile tra l’altro della parte botanica del Biodizionario) descrive le piante chiamate appunto «piante medicinali», elencando costituenti principali, attività, indicazioni e controindicazioni, bibliografia scientifica ecc.
Ovviamente tutto questo vale anche per i farmaci tradizionali e di sintesi: per abbassare la febbre posso usare un farmaco antipiretico, il famoso paracetamolo. Per questo motivo i così detti farmaci «generici» hanno la stessa efficacia di quelli «di marca», perché quello che conta è la molecola, il principio attivo, che è stato studiato e dopo anni di sperimentazioni e prove scientifiche è risultato efficace per quel tipo di disturbo.
Personalmente non sono amante delle medicine, naturali o sintetiche che siano, proprio perché non mi piace introdurre sostanze chimiche estranee nel mio organismo. Quindi solitamente quando non mi sento bene…aspetto. Poi se proprio sto male male, approccio con un dosaggio del farmaco, spesso inferiore a quello indicato e nella maggior parte dei casi funziona. Ovviamente non mi riferisco a terapie antibiotiche o per malattie «serie». Per quelle faccio esattamente cosa mi dice il medico! Parlo di cose leggere, mal di testa, stati influenzali, cosucce che con mezza pasticca di acido acetilsalicilico (aspirina) mi passano, anche perché dopo quarant’anni mi conosco!
Ma non per questo userei l’omeopatia, perché i granuli di zucchero che vengono venduti non contengono principi attivi, naturali o sintetici, non contengono nulla…e questo è un dato di fatto.
Se qualcuno li portasse ad analizzare in un laboratorio chimico di analisi, troverebbe solo la molecola di zucchero (saccarosio, forse anche lattosio) ma pagata a peso d’oro! (circa 1000 euro al kg).
In pratica l’omeopatia si basa sul principio che «il simile cura il simile», se diluito infinite volte.
A me già questo mi lascia assolutamente perplessa. Cioè, se mi bruciano gli occhi perché mi è andato un agente irritante (ad esempio una goccia di l’acido ascorbico mentre faccio la famosa amorevole spremuta di prima), per lenire il disturbo devo usare la stessa sostanza irritante(???). Oppure se non riesco a dormire perché sono nervosa, come cura/terapia devo usare dei granuli omeopatici di caffeina (???). A me non sembra molto logico e sensato.
Comunque, questa sostanza andrà diluita una marea di volte e, secondo gli omeopati, funzionerà perché l’acqua conserva la «memoria» del principio attivo che poi sarà spruzzato su granuli di zucchero.
Ora, sarò io proprio dura di comprendonio, ma come è possibile che l’acqua mantiene la memoria di una sostanza, tra l’altro diluita così tante volte e non si «ricorda» delle altre molecole? Perché ovviamente la diluizione avverrà dentro un recipiente, di plastica, di vetro, di acciaio inox, che è comunque costituito sempre da altri atomi e molecole.
Cioè la molecolina di acqua è in grado di «decidere» cosa ricordarsi?
Ma poi dentro quell’acqua cosa c’è realmente? Cos’è rimasto di quella goccia di sostanza diluita infinite volte? Trenta esami di chimica all’università, i laboratori pratici, il numero di Avogadro, la mole, gli equivalenti e tutte le leggi della chimica e della fisica, sperimentate, studiate e riprodotte orma da secoli, voilà, tutto sparito?
Non posso proprio farcela….
Non ci sono prove a scientifiche a sostegno dell’omeopatia, non ci sono dati riproducibili e quindi scientificamente validi. E li cercano, eccome! Forse ce ne saranno, chissà…
I farmaci tradizionali sono stati sottoposti a rigorosi studi e anni di sperimentazione (in vitro, in vivo e anche su volontari) e alla fine può comunque capitare che alcuni prodotti già sul mercato da tempo, vengano ritirati, perché si scopre che l’uso reale e continuativo sui pazienti o non funziona o peggio crea danni.
I tubetti di granuli omeopatici non hanno nemmeno il foglietto di istruzioni con la posologia, il dosaggio, le controindicazioni, le interazioni….per info devo chiedere al farmacista!
Per me è inconcepibile: non compro niente senza leggere gli ingredienti!!!
Non sarà forse perché appunto nel bugiardino, tra gli ingredienti, ci sarebbe scritto solo zucchero?
Il fatto certo è che l’omeopatia, oltre ad un enorme giro di soldi, è un potentissimo placebo.
Chi la usa giura e spergiura che funziona, tante mamme vedono i propri bambini stare davvero meglio. E non sarò certo io a convincerle del contrario, per carità!
L’effetto placebo è noto, stranoto e studiato. Alcuni meccanismi non sono ancora del tutto chiari. Però gli studi scientifici «seri» relativi ad un nuovo farmaco, paragonano sempre i risultati di relativi all’assunzione di una nuova molecola, con quelli ottenuti con un placebo, cioè una sostanza «senza principio attivo». Lo fanno proprio per un non confondere la «normale» risposta dell’organismo a seguito del fenomeno di «aspettativa» e non dell’efficacia della nuova medicina in valutazione.
Gli umani sono esseri complessi e influenzabili…e anche anche l’aspetto psicologico è potente!
Se mi aspetto che quella sostanza, procedura o granello di zucchero (somministrato per tempi lunghissimi, senza essere toccato con le mani e altre pratiche oscure), dia sollievo a malattie passeggere o semplici disturbi e credo fermamente che funzioni, alla fine lo farà!
E’ il classico «pensare positivo»: cambiare aria, sorridere, ecc. L’attesa del miglioramento fa veramente rilasciare piccole quantità di endorfine, adrenalina e adenosina, per resistere meglio allo stress, dolore, ecc. e quindi avrà un effetto «reale» sull’organismo.
Non solo le «pillole» possono funzionare da placebo, ma tantissime cose possono farlo. Anche su di me lo utilizzo!
Mia mamma aveva un vecchio foulard di seta che usava se aveva mal di gola. Ora lei non c’è più e quando non mi sento bene lo indosso, e funziona! Il mal di gola si trasforma in raffreddore. Lo so benissimo che sarebbe successo lo stesso senza o con qualsiasi altro foulard…ma si sa quando si sta male si ha bisogno di coccole aggiuntive…Anche con Emiliano tento questo rimedio e lui, che è molto sensibile ed intelligente, sta al gioco e per non dispiacermi mi dice: un po’ funziona ma non tantissimo…
E’ chiaro che il rinforzo è fondamentale affinché funzioni l’effetto placebo: la convinzione, il rituale, l’ecc.. Ma a me dispiace raccontare palle ai miei figli, anche se a fin di bene…
Comunque, tornando ai granuli omeopatici, il fatto che ci siamo prove certe che non ci sia assolutamente nulla all’interno dovrebbe far riflettere, almeno solo per risparmiare soldi!
Molti dicono: «se è solo zucchero e placebo allora male non fa, perché ti scaldi tanto».
Certo! Ma perché devo essere presa in giro attribuendogli doti miracolose che non ha e soprattutto pagarlo tantissimo! A me questo mi farebbe veramente rodere parecchio!
E comunque, per affermare che la salute o la guarigione sia da attribuire a certi granuli, bisognerebbe poter fare una controprova. Una mamma una volta mi ha detto: mio figlio ha preso granuli di xxx e non si è mai ammalato questo inverno. Ci credo, assolutamente! Ma nemmeno i miei si erano ammalati, tutti e due e senza granuli…Sarà stato invece grazie al buon stile di vita, alimentazione e davvero parecchia fortuna?
Molto di quello che vi ho scritto sull’effetto placebo e l’omeopatia è solo un accenno a ciò che troverete su un blog di medicina molto interessante MedBunker, le scomode verità e che vi consiglio se volete approfondire.
Il suo autore, il dott. Salvo Di Grazia, sono anni che spiega in modo scientifico, con articoli e riferimenti bibliografici le varie «bufale» che girano in medicina (anche ahimè incoraggiate dagli stessi medici iscritti all’albo!). Purtroppo tutte queste nuove «terapie» fanno soprattutto arricchire il fautori delle pseudo cure, piuttosto che guarire il malato…
Il sito non ha banner pubblicitari o riferimenti a case farmaceutiche è per questo che mi permetto di indicarvelo. Ci sono molti articoli sull’omeopatia, in cui si spiega in modo dettagliato su cosa si basa, le varie diluizioni e come dovrebbe funzionare. Per esempio c’è la «guida illustrata all’omeopatia»  davvero molto divertente oltre che esplicativa. Oppure la raccolta dei dati scientifici a supporto, cioè nessuno…
Dell’omeopatia si parla troppo, anche su Mammachimica adesso!
Però il dott. Salvo Di Grazia un giorno mi ha scritto: «battere l’ignoranza è possibile, ma la cattiva informazione (che non è ignorante ma “interessata”) è molto più complicato, per questo ben venga ogni pagina che informa correttamente».
E con questo intento che vi auguro buona lettura.
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The Green Way to Life

Presto troveremo in commercio alcuni prodotti con questa nuova certificazione eco-bio-etica europea: The Green Way To Life (www.greenwaytolife.org).
Per ora riguarderà solo i detergenti per la casa e professionali, ma in seguito anche i cosmetici.
Questa nuovissima certificazione deriva da un lavoro di circa tre anni e il suo obiettivo è colmare la dicotomia che c’è nelle maggiori e più importanti certificazioni attualmente esistenti, proprio nel modo di affrontare il problema “ecologia e impatto ambientale”.
Infatti, molte certificazioni si preoccupano soprattutto della provenienza delle materie prime, alcune garantiscono che le sostanze impiegate siano solo di derivazione biologica, ma danno meno peso all’impatto che poi avranno sull’ambiente dopo il loro utilizzo.
Altre certificazioni invece, utilizzano anche molecole di sintesi e di derivazione petrolifera, però si pongono il problema di tutto ciò che succederà, dal flacone all’ambiente e hanno stringenti test di efficacia (Es. Ecolabel).
Un’ associazione di produttori di detergenti ecosostenibili, ha stabilito una serie di CRITERI che tengano conto GLOBALMENTE del prodotto, non solo dell’origine o del destino.
A febbraio 2013 l’associazione era composta da 11 produttori, tra i migliori in campo nella detergenza (italiani, francesi, belga e tedeschi).
Quindi la certificazione è nata “dal basso” proprio da chi produce, anche da piccole aziende, con piccoli fatturati, ma che hanno come punto di forza la sostenibilità, l’innovazione e lo sviluppo di progetti locali. Ovviamente fanno parte dell’associazione anche chimici esperti del settore.
In pratica, ci saranno 10 parametri caratterizzanti il prodotto, con una scala di valori precisa (giudizi): impatto sugli organismi acquatici, performance di lavaggio, produzione di rifiuti, consumo di energia da fonti rinnovabili o meno, materie prime a km zero , costo del trasporto, ecc.
Il produttore attento e sensibile alle tematiche ambientali, che volesse ottenere questa certificazione, avrà uno strumento per calcolare se la composizione chimica del suo prodotto e il flacone sono in linea con GWTL. Se lo sarà, potrà valorizzare la caratteristica del suo detergente, anche in previsione del tipo di clientela che vuole raggiungere. Per esempio: potrà avere 10 in biologicità (tutto vegetale) e 6 in performance, oppure 6 in ecocompatibilità (perché usa sostanze non tutte verdi) ma 9 in efficacia.
Sull’etichetta compariranno obbligatoriamente 4 argomenti, gli altri 6 sul sito internet (perché spesso non c’è proprio lo spazio necessario sul flacone). Tutto questo darà una panoramica completa del prodotto, affinché ci sia la massima trasparenza possibile.
Ma non solo, GWTL sarà attenta anche al lavoro delle persone, avrà infatti una carta etica e per esempio la differenza tra il più alto e più basso stipendio dei dipendenti dell’azienda non deve essere maggiore di 20 volte.
Certamente anche i costi dei prodotti saranno diversi, a seconda dei parametri enfatizzati. Chi vorrà formulare un prodotto con tutti 10 probabilmente poi lo dovrà far pagare, ma magari si avvicineranno a GWTL anche quelli che cominciano il loro percorso verso una detergenza più pulita e inizialmente avranno tutti 6 ma prezzi ragionevoli.
Alcune certificazioni locali attuali sono anche promotrici di Greenway to life, quindi non ci saranno competizioni o “doppioni”, ma magari delle sostituzioni di certificazione, perché ci si è resi conto che molte esigenze erano comuni a molti produttori.
Manca in realtà un ultimo parametro, l’undicesimo, che forse verrà messa in seguito quando si introdurranno anche i prodotti cosmetici, ovvero il parere dell’esperto (eco-dermatologo) per quanto riguarda appunto efficacia, piacevolezza ed ecodermocompatibilità del cosmetico.
Insomma, questa nuova certificazione potrà dare “soddisfazione” sia ai fabbricanti che ai consumatori!
Poi starà a noi scegliere, ma almeno abbiamo una buona base di partenza, chiara e calcolata scientificamente!
Per approfondire:
www.greenwaytolife.org

video di presentazione
altro video

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EcoFuturo 2014

Il festival è finito ed è stato un vero successo!
Jacopo Fo e i suoi collaboratori hanno fatto davvero un grandissimo lavoro!
Ci sono state conferenze e interventi interessantissimi, su un’infinità di argomenti legati all’auto-produzione, il risparmio energetico, l’impatto ambientale, la bio ed eco architettura, il riuso e riciclo, l’economia sostenibile.
Tutte le cose dette sono certamente innovative, ma soprattutto “di buon senso”, quindi sembra davvero un’assurdità che non siano divulgate costantemente su tutti i mass media…
Il festival è stato anche musica, spettacoli e divertimento, insomma una settimana piena di belle persone, informazione ed emozioni!
Per me è stata una splendida occasione anche per un altro motivo, più “chimico”: ho finalmente conosciuto personalmente Fabrizio Zago!
E’ davvero una persona speciale: disponibile, simpatico, gentile e un pozzo di sapere! Parlare con lui, anche a pranzo e di qualsiasi argomento, ti arricchisce. Ero talmente contenta ed emozionata che non mi sono nemmeno fatta una foto assieme!!!
Inoltre, per la prima volta, c’erano persone che venivano “spontaneamente” ai miei laboratori a sentire parlare di chimica! E prendevano anche appunti o facevano domande!
Davvero una grande soddisfazione per me, abituata ad un pubblico completamente diverso: gli adolescenti a scuola o i miei parenti…a cui non sempre interessa la chimica, nonostante tutto il mio entusiasmo per raccontarla!
Ho anche incontrato un’altra bella persona: Barbara Pozzi, esperta di oli essenziali.
Li distilla con competenza, esperienza, nel rispetto dei cicli della natura e delle varie fasi della pianta, usando materie prime di qualità, ma anche con tanto amore, si vede proprio! Insegna anche a distillarli a casa tramite la pentola a pressione!
Trovare oli puri e di qualità diventa sempre più difficile, perché la “moda” dell’ecobio genera spesso eco-furbi che vendono prodotti a basso costo, tagliati con altri oli o sostanze sintetiche .
Quindi bisogna affidarsi solo a persone e aziende serie e Barbara lo è!
Troverete i video delle conferenze e di tutto ciò che si è fatto in questa settimana nei seguenti link.
E’ una quantità enorme di informazioni, ma magari sarà piacevole vederli durante le vacanze.
Buon Ecofuturo!
Conferenza di Fabrizio Zago: “Vuoi essere aquila o tacchino” (con presentazione super emozionata di Mammachimica!)
Intervista a Fabrizio Zago ad Ecofuturo (dal minuto 3:20)
Intervista a me, Mammachimica! Non ci sono abituata! è piena di papere, che imbarazzo…(dal minuto 13:08)
Anche Zago si è divertito al Festival, guardate che belle cose che ha scritto qui
Intervista a Barbara Pozzi di Olfattiva (dal minuto 36:40)
Tutti i video riassuntivi delle giornate di Ecofuturo, tutte le conferenze svolte e tante foto, li trovate sul sito di Jacopo Fo oppure sulla pagina facebook di Alcatraz.
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La chimica per i piccoli

Ovviamente non resisto.
E’ assolutamente impossibile per me non decantare le meraviglie della chimica anche ai miei figli.
Con linguaggio semplice, certo! Ma cercare di spiegare scientificamente perché avviene una certa cosa è per me irresistibile…
Inoltre tutto è chimica e se non esistesse sparirebbero così tante cose!
Ma nonostante il mio entusiasmo, c’è sempre chi mi “smonta”: a partire da alcuni miei studenti (non tutti eh!), che con molta sincerità mi dicono: “a professorè, se vede proprio che le piace sta materia, ma a noi nun ce frega niente…”.
Allora, mi concentro su Emiliano, 6 anni, tutto contento di vedere “cosa insegna mamma a scuola”.
Ecco alcuni esperimenti semplici semplici, ma di sicuro effetto per i più piccini.
Niente di pericoloso! Sono certa che la maggior parte degli ingredienti li avete già in cucina.
Vi consiglio di effettuare gli esperimenti su di un vassoio, una tovaglia di plastica o un ripiano che possa essere facilmente lavato, dato che cadrà del liquido.
1) IL VULCANO
Prendete una tazzina e metteteci un po’ di aceto (un dito circa), poi versateci sopra, tutto insieme, un cucchiaio di bicarbonato di sodio. Si formerà molta schiuma che farà fuoriuscire il tutto, come se fosse la lava del vulcano. Se aggiungerete all’aceto un po’ di colorante alimentare rosso, diventerà ancora più realistico l’esperimento.
Cos’è successo? è avvenuta una reazione chimica!
L’aceto è una sostanza acida, mentre il bicarbonato di sodio è leggermente alcalino. Mischiati insieme reagiscono e formano un gas chiamato anidride carbonica, responsabile della vigorosa effervescenza.
2) LA MONGOLFIERA
Prendete una piccola bottiglietta (es. di succo di frutta) e versateci il solito dito di aceto. Poi mettete un cucchiaio di bicarbonato in un palloncino (magari aiutandovi con un imbuto). Attaccate il palloncino alla bocca della bottiglietta meglio che potete. Poi, tirandolo su, fate cadere tutto il contenuto all’interno della bottiglia. Il palloncino si gonfierà “magicamente” da solo.
Cos’è successo? Anche in questo caso è avvenuta la reazione chimica tra il bicarbonato e l’aceto, con formazione di anidride carbonica gassosa, che questa volta ha gonfiato il palloncino.
3)LA POZIONE MAGICA
Mettete acqua e un po’ di vino rosso in un bicchiere trasparente, poi aggiungete un cucchiaino di bicarbonato. Voilà! Il vino è diventato blu!
Cos’è successo? Il vino è formato da tante sostanze. Alcune di queste diventano più scure se vengono mischiate con una sostanza alcalina, come per esempio il bicarbonato di sodio. Anche qui è avvenuta una reazione chimica, che ha dato origine ad una sostanza (prodotto) diversa da quelle di partenza e che si nota molto bene grazie al diverso colore. Una cosa analoga avviene quando aggiungete il limone al te e lui si “scolorisce”.
4) LA POLVERE MAGICA
Mettete un po’ di bicarbonato in un piattino e versate qualche goccia di vino rosso: il bianco bicarbonato non diventerà rosso ma blu!
Cos’è successo? La stessa cosa di prima, la lieve basicità del bicarbonato trasforma i componenti colorati del vino da rossi in blu.
PS: se al posto dell’aceto userete una soluzione di acido citrico sarete anche meno impattanti sull’ambiente.
PPS: alcuni di questi esperimenti li ho fatti anche in classe, in un liceo ed in molti si sono divertiti! La speranza è di far rimanere più “impresso” agli studenti che in una reazione chimica le sostanze si trasformano in altre, nuove e diverse e che ci sono degli “indizi” che ce lo fanno capire (la formazione di bollicine, il cambiamento di colore, ma anche la variazione di temperatura e la formazione o scomparsa di un solido).
Ovviamente tutto di mia iniziativa e portato da casa! A scuola non c’erano laboratori o reagenti da utilizzare…
Buone pozioni!
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Contenitori, imballaggi e plastiche

Diversamente dal passato ci sono molti materiali con cui vengono contenuti e commercializzati beni come alimenti, cosmetici, detersivi.
Non più solo carta, vetro e tessuto, ma anche plastica, tetrapak, alluminio.
È chiaro che non avranno tutti lo stesso impatto sull’ambiente, sia quando viene effettuata la loro produzione, sia quando verranno gettati una volta finito il contenuto.
La carta è certamente biodegradabile e riciclabile, ma dovremmo anche sapere da quali alberi proviene e con cosa viene sbiancata. Il vetro può essere riciclato all’infinito, mentre la plastica no, ma rimettere in circolo il vetro richiede un’enorme quantità di energia. Il tetrapak è sicuramente comodo e ottimo per la protezione dell’alimento e del suo trasporto ma il suo riciclo è complicato: bisogna separare 3 materiali diversi che lo costituiscono (carta, plastica e alluminio) e di certo questa è una procedura piuttosto complicata e probabilmente dalle rese non altissime.
Insomma, per decidere con esattezza quale sia il materiale più “green” quando si acquista un prodotto bisognerebbe conoscere il suo LCA (Life Cycle Assessement) ovvero l’analisi dell’intero ciclo di vita dell’oggetto (“dalla culla alla tomba”).
L’LCA è un metodo oggettivo di valutazione e quantificazione di un prodotto, di un’attività o di un processo, che tiene conto dell’energia consumata per crearlo, delle sostanze immesse nell’ambiente, la CO2 prodotta, gli scarti di lavorazione, il consumo di acqua, ecc. Il tutto a partire dall’acquisizione delle materie prime fino a fine vita. Il calcolo fornisce dati scientifici interessanti ma è piuttosto costoso e complesso (utilizzato per esempio per assegnare il marchio Ecolabel).
Certamente prediligere prodotti senza troppi imballaggi superflui sarebbe già un buon inizio.
Quante volte la crema è contenuta in un vasetto all’interno della scatola, o la frutta è su vassoi avvolti dalla plastica, o le uova sono nella confezione di plastica avvolta dalla carta?
Potremmo anche optare per alimenti o detersivi “alla spina”, cioè sfusi, in pratica come una volta.
Questa operazione garantirebbe per esempio un risparmio effettivo di plastica e di trasporto, ma soltanto se riutilizziamo lo stesso flacone per almeno 5-6 volte, altrimenti il calcolo LCA porterà ad un bilancio energetico sfavorevole.
Però non troveremo bagnoschiuma o creme alla spina (fortunatamente!).
I cosmetici non possono essere venduti sfusi, per ovvi motivi di igiene. Infatti, l’articolo n°10 delle Norme per l’attuazione delle direttive della CEE sulla produzione e vendita dei cosmetici dice: “La produzione ed il confezionamento dei prodotti cosmetici devono essere effettuati in officine con locali ed attrezzature igienicamente idonei allo scopo e sotto la direzione tecnica di un laureato in chimica, in chimica industriale, in chimica e farmacia, in chimica e tecnologia farmaceutica, in ingegneria chimica, in farmacia, in scienze biologiche, iscritto al relativo albo professionale o in possesso del titolo di equivalente disciplina universitaria di un paese della Comunità economica europea, con cui viga regime di reciprocità”.
Comunque, anche con tutte le buone intenzioni, spesso siamo costretti a comprare prodotti con molti imballaggi…Non c’è sempre la possibilità di fare la spesa al mercato, ma spesso dobbiamo andare nei grandi centri commerciali, oppure è difficile trovare nelle vicinanze rivenditori di prodotti alla spina e si sa il tempo è quello che è! Speriamo almeno di smaltirli nel modo corretto…
A me dispiace così tanto buttare i flaconi dei saponi o creme! Alcuni riesco a riciclarli, utilizzandoli per esempio per i detersivi fai-da-me da regalare ad amici e parenti, ma certo non tutti i contenitori!
La plastica è un materiale di sintesi così affascinante, tanti piccole molecole unite insieme a formare un polimero, un reticolato dalle caratteristiche tecniche e proprietà fisiche diversissime a seconda della molecola da cui si è partiti.
Certo, affascinante dal punto di vista squisitamente chimico!
La plastica deriva dal petrolio e non è biodegradabile (*), ma non si può certo negare che qualche vantaggio lo ha portato alla nostra vita! Penso agli oggetti usa e getta sterili in campo medico, ma anche alla sua leggerezza, utile per diminuire i costi e la fatica del trasporto.
Nel 1963 prese il nobel per la chimica un italiano, Giulio Natta, proprio per aver messo a punto dei catalizzatori per creare il polipropilene, conosciuto anche con il nome commerciale di Moplen, insomma c’è un “pezzettino” di nobel nostrano anche in molti oggetti di uso molto comune!
Sicuramente il discorso è diverso se devo scegliere personalmente il materiale con cui avvolgere gli alimenti per congelarli o conservarli in frigorifero. Oltre a tenere presente l’impatto ambientale, mi preoccupa anche che il non rilascino sostanze indesiderate al cibo. In questo caso per me è imbattibile il vetro: non altera le caratteristiche organolettiche degli alimenti, non assorbe gli odori e le sostanze sia dell’alimento contenuto che del detersivo con cui lo laverò e poi posso riutilizzare un sacco di contenitori di prodotti precedentemente acquistati. Anche i biberon dei bimbi li ho in vetro, ma è chiaro che quando sono in giro uso quelli di plastica, per ovvi motivi di sicurezza. Certamente anche per la merenda a scuola di Emiliano sceglierò un pratico contenitore di plastica!
Le plastiche però sono moltissime e non tutte uguali. Sui contenitori è indicato un numero, da 1 a 7, all’interno di un triangolino che indica il tipo di polimero utilizzato. Siamo nel campo della così detta “chimica del carbonio”, perché in pratica sono lunghissime catene di atomi di carbonio. Non sono compresi i siliconi che sono invece l’espressione della chimica del silicio.
Per es. il n°1 indica il PET: polietilenetereftalato, di cui sono fatte per esempio le bottiglie d’acqua e le bevande analcoliche in genere. Ma anche molti contenitori per alimenti.
Il n°2 e il n°4 indica il PE: polietilene, rispettivamente ad alta (densità HDPE) e a bassa densità (LDPE), a seconda del processo di polimerizzazione con cui è stato prodotto e che porterà a caratteristiche meccaniche e termiche diverse (resistenza agli urti, calore, agenti chimici, ecc.). Viene usato per fare i sacchetti per congelare, i contenitori e flaconi per alimenti o cosmetici. E’ il polimero più semplice.
Il n°5 è il PP: polipropilene, la plastica inventata dall’italiano, usata anch’essa per alimenti, per i flaconi dei detergenti ma anche per creare oggetti per uso alimentare come piattini e posatine per bambini.
Il n°6 è invece il PS: polistirene o anche polistirolo, di solito di questo materiale sono i piatti e bicchieri usa e getta (detti erroneamente di carta) ma se è nella forma espansa è proprio lui, quello bianco a piccole palline che da piccoli usavamo per fare la neve, con disappunto di mamma…
Con il n° 3 è indicato il PVC: cloruro di polivinile, utilizzato per creare giocattoli, contenitori, tubi. Sono molto noti gli infissi e serramenti in questo materiale, sicuramente ottimi ed efficienti. Ma questa plastica è molto contestata sia perché il monomero da cui deriva, cioè la molecola base che viene ripetuta per creare il polimero, è il il cloruro di vinile, un noto cancerogeno, diventato tristemente famoso dopo l’incidente al petrolchimico di Porto Marghera. Ma anche perché, per rendere il PVC più morbido, flessibile e facilmente lavorabile, viene addizionato con ftalati e anche queste sono sostanze piuttosto discusse per la loro nocività.
Gli ftalati sono esteri dell’acido ftalico, ce ne sono di vari tipi, indicati con sigle come DHEP: ftalato di bis(2-etilesile), DINP: ftalato di diisononile. Sono “agenti plastificanti”, molto usati nella produzione della plastica perché se integrati al polimero ne migliorano la flessibilità e quindi modellabilità del prodotto da creare.
Nel luglio 2012 è stato diramato un opuscolo del Ministero della Salute “Attenzione agli ftalati: difendiamo i nostri bambini”  perché purtroppo circolano sui mercati europei molti giocattoli in plastica morbida come bambole, maschere di carnevale, giochi per il bagnetto, ciambelle, braccioli. Ma anche articoli per la scuola come gomme per cancellare, zainetti. Spesso sono oggetti di origine cinese e contengono concentrazioni molto elevate di ftalati. Queste molecole sono ormai riconosciute come sostanze tossiche per la riproduzione e assoggettate a restrizione europea. Il loro utilizzo non è consentito a concentrazioni superiori allo 0,1% (p/p) né nei giocattoli, né negli articoli destinati all’infanzia.
Il motivo della restrizione è chiarissimo: c’è il pericolo di una grande esposizione a queste sostanze derivata dal fatto che i bimbi possono masticare o succhiare per molto tempo i giocattoli!
La presenza di giocattoli non conformi e il ritiro dal commercio viene segnalato dal 2005 dal Rapex (European Rapid Alert System for non-food products), il sistema europeo di allerta rapida per i prodotti di consumo pericolosi, che rappresentano cioè un grave rischio per la salute e sicurezza dei consumatori, ad eccezione di alimenti, farmaci o presidi medici (**).
Infine, con il n°7 nel triangolino, siamo in presenza di “altri materiali”, quindi tutte le altre plastiche o di un poliaccoppiato plastico, cioè più tipi di polimeri assieme o accoppiate ad altri materiali.
E qui non siamo in grado di sapere con che cosa sono stati fatti questi oggetti, potrebbero contenere ftalati ma anche il BPA.
Il BPA (bisfenolo-A) è una molecola utilizzata per realizzare un tipo di policarbonato (PC), una plastica rigida e trasparente, che consente di renderlo più resistente, infrangibile e quindi adatto a tutta una serie di oggetti che devono rompersi con difficoltà: giocattoli, bottiglie, biberon, lenti di occhiali, caschi. Il problema è che il BPA ha potenziali effetti tossicologici, in particolare sul sistema endocrino, riproduttivo, ma anche immunitario e neurologico.
Questi effetti possono avere un impatto più forte in un organismo in fase di sviluppo. E infatti nel gennaio del 2011 la commissione europea ha adottato una direttiva (2011/8/UE) che proibisce l’impiego del BPA per la produzione di biberon per l’infanzia in policarbonato. Gli studi in merito hanno evidenziato che il BPA può migrare in piccola quantità nei cibi e nelle bevande conservate in materiali che lo contengono.
Però l’uso del BPA è autorizzato in materiali e oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari dal regolamento 10/2011/UE…
Insomma, se devo scegliere il contenitore di plastica certamente le mie preferenze saranno per il PP e l’HDPE, che per loro natura non contengono ftalati o BPA, quindi se posso evito il simbolo con il n°3 e con il n°7 (anche se l’indicazione “per alimenti” dovrebbe farci stare tranquilli).
Ultimamente ho anche scoperto una cosa piuttosto interessante, di cui proprio non ne sapevo nulla e che mi farà definitivamente abbandonare l’uso dell’alluminio.
Nella lavorazione per creare i famosi rotoli, vengono utilizzate delle sostanze “scivolanti”, di varia natura, a seconda del tipo di tecnologia usata dalla ditta. Alcuni usano la paraffina (***). Certamente la quantità che potrà eventualmente trasferirsi all’alimento sarà minima, ma possibile che ste’ paraffine ce le dobbiamo ritrovare dappertutto? Inoltre bisogna considerare che il tempo di contatto e la temperatura possono aumentare la cessione…
La carta da forno invece, per non far aderire i cibi, è ricoperta da polimeri, non da petrolio “spalmato”. Di solito si tratta di polimeri pesanti difficilmente trasferibili all’alimento e comunque inerti. Quindi è certamente non biodegradabile ma potrebbe essere un buon materiale per avvolgere i cibi da congelare.
Proprio per risolvere il problema della biodegradabilità, stanno prendendo sempre più piede le bio-plastiche, ovvero polimeri biodegradabili, perché derivanti da zuccheri e quindi degradati in tempi rapidi nell’ambiente come fossero una pianta.
Non dimentichiamo che la natura i polimeri li sa fare eccome!
Per esempio la cellulosa, l’amido o il caucciù (la gomma naturale appunto), quindi bisogna solo…“copiarla”.
Il cellophane è noto già dalla prima metà del diciannovesimo secolo ed è un tipo di cellulosa rigenerata, ma il prezzo elevato e le minori prestazioni rispetto ai polimeri petroliferi ne ha ridotto l’uso.
Adesso la sfida e l’obiettivo della ricerca è ottenere bioplastiche con caratteristiche tecniche e commerciali paragonabili alla plastica convenzionale. C’è un interessante articolo su questo argomento su Chimicare: “Le nuove frontiere applicative delle bioplastiche: dalla nostra tavola al risanamento dell’ambiente” .
Nell’articolo si parla per esempio del Mater-Bi, la bio plastica più nota e diffusa, usata per i sacchetti dell’umido, ma lo sono anche i mattoncini colorati di un bellissimo gioco per bambini, tipo costruzioni.
In realtà esistono molti biopolimeri simili al Mater-Bi, con altri nomi commerciali, derivanti sempre da amido soprattutto di mais, ma anche patata o riso.
Questo tipo di bioplastiche hanno caratteristiche meccaniche che si avvicinano al PE ma sono sensibili a degradazione termica e tendono ad assorbire umidità (ovviamente l’amido interagisce con l’acqua…).
Inoltre resistono poco ai solventi ed agli oli.
Per diminuire questo problema vengono miscelati ad altri biopolimeri come quelli derivati dall’Acido Polilattico (PLA). Questo poliestere è sempre a base di mais, il cui amido viene scisso nei suoi monomeri costituenti (glucosio) e poi fatto fermentare in acido lattico. Il biopolimero PLA ha una buona resistenza a grassi ed olii e lo possiamo paragonare al PET per quanto riguarda la trasparenza e rigidità, però degrada velocemente sopra i 60 °C e con umidità elevata. Questo creerebbe problemi anche per l’immagazzinamento dei prodotti. Per questo viene attualmente usato per l’imballaggio di cibi a temperatura ambiente.
Atri biopolimeri presenti sul mercato sono i poli-Idrossialcanoati (PHA), prodotti sempre tramite processi di fermentazione batterica a partire da zuccheri o lipidi.
Molti gruppi di ricerca studiano il modo di creare biopolimeri da particolari rifiuti, magari particolarmente dannosi per l’ambiente. Per esempio la produzione di PHA a partire dagli scarti che si formano durante la produzione dell’olio di palma. Questo tipo di refluo ha un elevato carico organico che non può essere disperso nell’ambiente tal quale ma necessita di accurati e onerosi trattamenti.
L’utilizzo di rifiuti porterebbe anche altri vantaggi: produzione dei biopolimeri in loco, cioè all’interno dell’impianto di smaltimento e/o depurazione (abbattendo così i costi di trasporto e di produzione di CO2) e non ci sarebbe concorrenza con le materie prime utilizzate come fonte di cibo (mais e altre colture alimentari).
Esiste anche il biopolietilene, un ibrido tra biopolimeri e plastiche classiche: è prodotto da fonti rinnovabili quale l’etanolo e ha le stesse proprietà fisico chimiche del polietilene di origine petrolifera, compresa però anche la sua non biodegradabilità…
Ho trovato anche delle interessanti informazioni sui polimeri dell’Acido Succinico.
Pare che in questo campo l’Italia sia la prima per la distribuzione e lo sviluppo nel mercato europeo di questa nuova famiglia di polimeri utilizzati per la sintesi di bioplastiche. In provincia di Alessandria c’è il più grande impianto al mondo per la produzione di acido succinico da risorse rinnovabili (da biofermentazione).
Staremo a vedere!
(*) Anche se a volte su qualche busta o contenitore scrivono per es. polietilene “biodegradabile”, questo non è totalmente vero. Cioè, vengono addizionati ai polimeri sintetici speciali sostanze (additivi) che non alterino le loro qualità commerciali e li rendano “più disintegrabili” ma non biodegradabili. La ricerca è molto impegnata in questo, ma comunque la loro decomposizione in natura richiede ancora moltissimo tempo! E poi l’aggiunta di altre sostanze al polimero potrebbe invece compromettere il suo riciclo, insomma il problema non è ancora risolto.
(**) Non vi fate ingannare dal nome del PET (polietilenetereftalato), a lui non sono addizionati ftalati, ma “parte” dalla molecola di acido tereftalico che è tutta un’altra cosa. Non ci sono dati in merito al rilascio di sostanze da parte del PET all’acqua in bottiglia, quindi nessun allarmismo inutile, per carità!
Che poi sia meglio limitare l’uso di acqua in bottiglie di plastica e preferire quella del sindaco, non ci sono dubbi!
(***)La paraffina è quella che spesso ci capita di trovare anche nei cosmetici. Vi ricordo che il petrolatum è riconosciuto dalla Direttiva delle Sostanze Pericolose (67/548/CEE) come sostanza CMR2, ovvero non ha una diretta causalità nella formazione del cancro, come può essere ad esempio la formaldeide o l’amianto, ma è fortemente sospettata.
Per approfondire:
EcoBioControl
Chimicare
Rapex
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